“È tardi, è tardi!”

Aggiornato il: nov 11

Una delle cose che accomuna le persone che si rivolgono ad uno psicologo è che la maggior parte ha fretta di stare meglio e hanno il pensiero magico che già al primo colloquio si possa stare subito bene. Lo psicologo ha una pozione magica che fa sparire tutto.

Dopo qualche seduta la frustrazione che segue quando si accorgono che non è tutto semplice e veloce si percepisce e iniziano a dire “ma dottoressa… sono mesi che vengo qui e ancora non miglioro…”. Quando si sta male si ha fretta, senza considerare che ognuno ha i propri tempi per elaborare il dolore e trovare nuove strategie di benessere. Il terapeuta è lì con loro per insegnare e accompagnare chi soffre ad avere rispetto di questi tempi e a navigare in quel tempo sospeso. All’inizio di questo lavoro provavo questa frustrazione e mi sentivo quasi responsabile, ma ho capito in seguito che l’insofferenza del paziente va raccolta dallo psicoterapeuta, che sarà in grado di aiutarlo a gestirla attraverso fiducia, costanza e pazienza.

È importante che il paziente capisca che ci vorrà del tempo, perché i processi inconsci hanno un loro ritmo, così come si sono creati nel tempo i sintomi, così avrà bisogno di tempo per elaborarli e iniziare a stare meglio.

Il nostro è un tempo caratterizzato dal principio di prestazione, e la prestazione è figlia del consumismo. Occorre sempre dimostrare di essere all’altezza dei diversi compiti che si è chiamati ad assolvere in un mondo fluido, un mondo che ingoia con voracità per sputare senza gustare, dimenticandosi dei rituali, di assaporare, di fare esperienza. No! tutto viene consumato e gettato. Anche lo psicologo.

Prestazione è diventato sinonimo di velocità, e se non stiamo facendo qualcosa abbiamo subito la sensazione di perdere tempo, ma il perdere tempo è l’anticamera del pensiero creativo, della memoria, della sedimentazione delle informazioni che riceviamo. La lentezza sviluppa la creatività, non a caso nell’antichità si predicava l’otium, inteso come pausa per riflettere e creare.

Sebbene alla lentezza sia associata spesso una connotazione negativa, il suo significato proviene dal termine “lentus” participio passato di “lenire” che significa “far arrendere, rendere flessibile, pieghevole”. Rimanda allora forse ad una capacità di arrendersi al movimento naturale, di imparare a essere flessibili, adattarsi. La lentezza così non è rallentare o fermarsi, è un movimento diverso che parte da dentro.

Il cervello è una macchina lenta che ha bisogno dei suoi tempi. La mente rischia un blackout nel sovrapporsi di decisioni troppo rapide. C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. “[…] Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio.“ —  Milan Kundera

Un’altra immagine che vorrei proporvi è quella che riporta Roland Barthes che ha riflettuto su questi temi con elegante e pessimistica ironia: “I giapponesi finiranno col prendere il riso con la forchetta perdendo l’eleganza del gesto delle bacchette…..l’impero dei segni verrà distrutto dall’impero del niente dove i gesti e perfino i gusti diventeranno tutti uguali”.

Alice: «Per quanto tempo è per sempre?»Bianconiglio: «A volte, solo un secondo.»” ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Dott.ssa Elsa Falciani Psicologa Psicoterapeuta Analista Junghiana

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