Disturbo del Comportamento Alimentare: cosa posso fare da genitore?



Ossessione per la bilancia, restrizioni alimentari, conteggio calorie, fame emotiva, ossessione per il corpo, corse in bagno dopo i pasti, scorte di cibo, abbuffate…

Questi rappresentano tutti segnali che ci informano sulla presenza di un possibile disturbo del comportamento alimentare.


I problemi dell’alimentazione sono differenti e capire tali diversità è importante per il trattamento, ma lo scopo di questo articolo non è quello di addentrarsi in tali differenze e categorie, bensì offrire delle indicazioni ai genitori che si accorgono che il figlio o la figlia sta manifestando alcuni campanelli di allarme.

Prima di tutto riconoscere questi segnali e stare vicino ai propri figli, anche se esplicitamente loro stessi ci chiedono di non farlo, è un primo punto fondamentale. Durante l’adolescenza, nello specifico, è abbastanza tipico che i figli mostrino un atteggiamento distanziante e provocatorio rispetto le figure genitoriali e colludere con tale comportamento evitando confronti diretti risulterebbe poco funzionale.


Io genitore come faccio a riconoscere se mio figlio sta sviluppando o è a rischio di sviluppare un problema alimentare?

Per rispondere partiamo proprio dal momento del pasto.

La tavola, nelle situazioni in cui insorge un problema, perde in genere l’aspetto di convivialità e sedersi insieme viene vissuto come un momento di difficoltà e tensione anziché di svago e rilassatezza. Cambia il rapporto con l’aspetto alimentare; si evitano determinati cibi, si seleziona, i bocconi si fanno più piccoli, si tende a sminuzzare maggiormente le pietanze, a masticare più lentamente. A tavola c’è più silenzio. Un silenzio apparente che in genere riflette un forte rumore mentale fatto di pensieri ossessivi finalizzati a controllare ciò che si sta ingerendo.

Pensieri che non si esauriscono con il momento del pasto, ma che tendono a rimanere radicati nella testa della persona e a non lasciare spazi di libertà.

Un altro elemento abbastanza comune che potrebbe segnalare un problema è una preoccupazione eccessiva per la propria immagine corporea.

Generalmente ci si focalizza su un particolare aspetto del proprio corpo che diviene un vero assillo. Il rapporto con lo specchio diventa conflittuale, da una parte evitato dall’altra ricercato ossessivamente. L’immagine riflessa diviene sempre meno percepita in modo oggettivo, ma caricata di significati propri e di distorsioni importanti.

Questi sono tutti segnali che vanno intercettati e ricollocati in uno spazio di ascolto senza giudizio.


Come affronto il problema con mio figlia/o una volta osservati i campanelli problematici?

Per agganciarlo è fondamentale mantenere un atteggiamento non giudicante. Quando esordisce un Disturbo del Comportamento Alimentare, esso assume le sembianze di una soluzione per chi lo vive, non di un problema. Fare leva dunque direttamente sulla problematicità del comportamento alimentare in sé, rischia di non avere risonanze in termini di motivazione al cambiamento.

Cercare di far riflettere una persona che soffre di anoressia su quanto sia magra o quanto mangi poco, difatti, non è qualcosa che inizialmente viene ascoltato. Risulta più funzionale invece andare oltre al sintomo e aprire una riflessione su come stia andando la sua vita, le sue relazioni, la scuola, su come si senta in quello specifico periodo. Generalmente ci sono delle interferenze importanti nelle proprie aree di vita e il sintomo esprime un disagio le cui radici sono da ricercare altrove.

E’ bene quindi evitare di parlare di cibo e corpo, non imporsi su uno specifico regime alimentare, ma spostare la discussione su altri temi: in particolare sugli sbalzi umorali che inevitabilmente saranno presenti in chi soffre di un sintomo alimentare. Parlare quindi dei cambiamenti d’umore, cercare di comprenderli, di interrogarsi al fine di aprire uno spiraglio di presa di consapevolezza del problema e di richiesta di aiuto.

Si consiglia di utilizzare sempre la “psicologia dell’io”, o meglio del “noi genitori” che consiste nel partire dalle proprie preoccupazioni ed emozioni senza puntare il dito e aprendo la possibilità ad un dibattito costruttivo. “Raccontaci come stai”, “Ci sembra che i tuoi occhi trasmettano stanchezza, tristezza. Cosa succede? “,”Cosa possiamo fare per darti una mano?” “A noi genitori sembra che la tua qualità di vita sia peggiorata rispetto a prima tu cosa ne pensi? Forse c’è una parte di te che si riconosce in queste nostre parole quindi perché non proviamo a chiedere aiuto?”


Una buona alleanza tra gli adulti risulta fondamentale. Non devono esserci cose che mamma sa e papà no, o viceversa. Se il messaggio arriva da un solo genitore, l’altro escluso, il ragazzo o la ragazza si inserisce nelle pieghe di una comunicazione che non funziona, e la situazione “malata” potrebbe andare avanti per mesi, o anni, senza che nessuno si muova.

Uno degli aspetti più importanti che emerge quando in una famiglia uno dei figli comincia ad avere problemi a livello psicologico, è la ricerca del perché. Un pensiero ricorrente nei familiari è: “è colpa nostra?”, “dove abbiamo sbagliato?”. In realtà colpevolizzare sé stessi o gli altri non ha mai aiutato nessuno.


Le cause dei disturbi alimentari sono molteplici e il comportamento di chi soffre di questi disturbi dipende da moltissimi fattori, solo alcuni direttamente collegati al funzionamento familiare. L’interrogativo da porsi non è: “di chi è la colpa?”, ma: “qual è la cosa migliore da fare adesso? Cosa possiamo fare per aiutare nostro/nostra figlio/figlia?”.


È ulteriormente importante sottolineare inoltre che frasi sulla forza di volontà come “basterebbe mangiare un pochino di più”, o “sei tu che non ti impegni a guarire basterebbe così poco”, sono del tutto disfunzionali. Chi ha un Disturbo Alimentare non si comporta certo così perché manca di forza di volontà, il problema è a un altro livello.

Il disturbo dell’alimentazione è una malattia e non è una “questione di volontà”, ma richiede l’intervento di una o più persone competenti.


Veniamo quindi all’ultimo punto, ma non meno importante.

È necessario che i genitori o i familiari di chi soffre di un disturbo dell’alimentazione abbiano degli strumenti a disposizione per aiutare meglio i propri figli. Conoscere la malattia, comprenderla nelle sue caratteristiche e nella sua evoluzione è un passo indispensabile. La famiglia, insieme al paziente che soffre di disturbi del comportamento alimentare, è da considerarsi spesso una vittima della malattia e delle sue conseguenze. I familiari, quando lo richiedono e quando il figlio è d’accordo, vanno pertanto sostenuti, coinvolti e aiutati. Anzi, se sono disponibili in termini di tempo e salute, vanno considerati una risorsa indispensabile nel programma terapeutico.

Vista la complessità del problema risulta necessario rivolgersi a equipe multidisciplinari. Se ci si rivolge a un nutrizionista e poi a uno psicologo (o viceversa) con il rischio che non si parlino tra loro, la terapia risulterà molto più lenta.

È importante in questi casi che sia psicologo che nutrizionista possano lavorare in squadra per garantire una cura migliore.

Dott.ssa Giulia Pellegrinuzzi Psicoterapeuta Cognitivo-comportamentale Psicoterapia EMDR

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