Intervista a Fabrizio Bianchi



Ad un anno di distanza dall’inizio della pandemia che ha colpito duramente l’Italia e tutto il mondo, è possibile tirare alcune somme rispetto alle misure adottate per contrastare il Covid-19 ed emerge con chiarezza che lo spazio dedicato alla cultura è stato non solo penalizzato, ma praticamente negato.

Il 27 marzo è stata la Giornata Mondiale del Teatro, e da più parti si sono sollevate le proteste degli addetti ai lavori di un settore in ginocchio, come ad esempio a Milano, dove il Coordinamento Spettacolo Lombardia ha occupato il Piccolo Teatro Grassi con lo scopo di dare voce a questa urgenza sociale.

Le connessioni tra psicologia e teatro hanno radici profonde, per questo è naturale sentirci vicini e coinvolti verso quanto questa realtà sta vivendo.


Ripenso al lavoro di Jacob Levi Moreno, terapeuta che negli anni ‘20 ideò lo Psicodramma, una forma di psicoterapia di gruppo nella quale ciascun paziente mette in scena le proprie vicende interiori, riconnettendo “pezzi” della propria esperienza e utilizzando la spontaneità come strumento di cambiamento individuale e sociale. Il teatro comincia a muoversi all’interno dei luoghi del disagio: le carceri, i manicomi, i centri di accoglienza, la strada stessa diventano setting in cui si cerca di integrare la mente e il corpo, il reale e l’immaginario, l’individualità e la collettività.


Negli anni ‘70 nel Regno Unito nasce la Drammaterapia che, attraverso gli strumenti e i metodi teatrali, come l’improvvisazione e i giochi di ruolo, mira a potenziare le capacità espressive della persona: l’individuo entra in contatto con se stesso attraverso delle attività creative che coinvolgono la parola e il corpo.

La Drammaterapia, come la psicoterapia, ha come obiettivo la cura e l’espressione di sè, ed è alla luce di questo forte legame che, come professionisti in prima linea in questa emergenza, ci siamo interrogati su come può reagire il teatro, come può guardare al presente e al futuro.


Abbiamo intervistato Fabrizio Bianchi, attore, insegnante e fondatore di Viandanti Teatranti, Scuola di teatro che negli ultimi anni è diventata un punto di riferimento culturale per il territorio di Busto Arsizio e il territorio dell’Altomilanese.



1. CIAO FABRIZIO, TI VA DI RACCONTARCI LA REALTÀ DI VIANDANTI TEATRANTI? Viandanti Teatranti promuove l’Arte del Teatro come strumento per comprendere meglio il mondo e la vita. Negli anni abbiamo sinteticamente, ma in modo simbolico, definito la mission in SEMINARE BELLEZZA.


Viandanti opera in 3 differenti AREE:

- PRODURRE TEATRO: compagnia professionale che produce spettacoli.

- FORMARE AL TEATRO: centro di formazione che costruisce un saper fare teatro sul territorio e promuove esperienze attraverso il teatro.

- DIFFONDERE TEATRO: direzione artistica delle Stagioni Teatrali di BA Teatro del Teatro San Giovanni Bosco di Busto Arsizio.

In questi anni si è delineato sempre più un concetto di comunità, ma forse il termine inglese è meno fuorviante: COMMUNITY.

La community viandante si muove avendo come motore l’arte come veicolo, come mezzo per la costruzione e ricostruzione di legami, relazioni, connessioni, scambi, amicizie.

È quindi un luogo in cui gli artisti, gli allievi e il pubblico sono chiamati a T-ESSERE questa sottile trama che mette al centro la crescita evolutiva della persona attraverso gli strumenti dell’arte del teatro.

Contemporaneamente la Compagnia professionale persegue il desiderio di costruire spettacoli teatrali. Il taglio della Compagnia è con un linguaggio contemporaneo, in grado cioè di affrontare temi legati alla nostra realtà per essere non solo intrattenimento ma anche stimolo per una riflessione, una domanda, un dubbio.

Anche nella programmazione degli spettacoli della Stagione Teatrale del Teatro SGBosco continuiamo con perseveranza a coltivare una proposta coraggiosa, che possa far crescere negli spettatori il desiderio di confrontarsi con tematiche lontane dalle proposte televisive troppo spesso programmate nelle sale di provincia.

Per noi il Teatro non è la fotografia della realtà, ma la sua radiografia. Ha il compito di vedere dietro, dentro, attraverso, di scannerizzare, analizzare, cogliere nuovi aspetti di ciò che ci circonda.



2. COME AVETE VISSUTO L'EMERGENZA COVID-19? AVETE MESSO IN CAMPO DELLE STRATEGIE PER AFFRONTARE CON EFFICACIA L'IMPATTO DELLA PANDEMIA?

Il Covid ha spostato equilibri e certezze, ma da subito abbiamo scelto di non abdicare al nostro ruolo per non abbandonare il lavoro in cui crediamo. Durante la prima ondata della Primavera del 2020 l’unica modalità possibile è stata quella a distanza tramite piattaforme digitali.

Per tutto il periodo estivo abbiamo spostato la nostra attività formativa all’aperto, fra boschi, prati, giardini privati e colline.

A Settembre ci siamo dati un tema artistico, che non avremmo mai pensato prima: QUANTO DISTANTI, focalizzandoci didatticamente sulla prossemica (rapporto spaziale fra corpi e oggetti).

Con l’arrivo della seconda ondata abbiamo scelto di virare sulla performance, un percorso con molti punti di contatto con il Teatro, che ci ha permesso di portare avanti a distanza la formazione artistica, anche se in modo totalmente differente.

Per tutto questo periodo il nostro focus è stato su due punti: esprimersi e creare. Mettere gli allievi sempre nella condizione di esprimersi e in un processo creativo finalizzato ad una scena, ad un saggio, ad un lavoro.

In questo senso vanno intesi tutti i lavori svolti con i nostri allievi e anche con la collaborazione con altre realtà teatrali del territorio, in particolar modo i video-collage: Io non posso, Esserci o non esserci e Jump.

Ora non vediamo l’ora di ripartire in presenza, all’aperto.





3. COME IL TEATRO PUO' SUPPORTARE LA COMUNITA' NEL TERRITORIO PER ELABORARE QUESTO TRAUMA COLLETTIVO?

Il Teatro sarà un punto di riferimento per la rielaborazione di questo trauma, è nella natura stessa di quest’arte essere vicina alle persone, occuparsi dell’umanità. Ci vogliono solo uno spazio e un buon insegnante.

La voglia di tornare a vivere, di mettersi in gioco, di tornare a coltivare una parte di sé rimasta incatenata dalla pandemia, a mio personalissimo parere, esploderanno.



4. AVETE REALIZZATO INIZIATIVE CHE PROMUOVONO E SOSTENGONO IL BENESSERE INDIVIDUALE?

Sì, il nostro percorso performativo a distanza l’abbiamo chiamato Piccoli Rifugi. Il nome stesso rende l’idea di qualcosa di piccolo, semplice e al tempo stesso, accogliente. Un riparo sicuro.

Piccoli Rifugi sono momenti online con spazio per una piccola apertura psicofisica e tanta creatività da mettere in gioco insieme agli altri. Mentre la situazione fuori diventava sempre più pesante, noi abbiamo lavorato per diventare sempre più leggeri, anzi, leggerissimi.




5. HAI VOGLIA DI CONDIVIDERE QUALCHE ESERCIZIO CHE CI POSSA AIUTARE A RIATTIVARE IL CORPO E CHE POSSIAMO PRATICARE ANCHE DA SOLI?

È una vera e propria sfida passare un lavoro teatrale attraverso un’intervista! La accetto volentieri.

  • Innanzitutto ritagliarsi un tempo e uno spazio lontani da fonti di distrazioni.

  • Seduti su una sedia chiudere gli occhi, percepire il proprio respiro, cercare di rallentarlo ma senza controllarlo.

  • Lasciare cadere la mandibola verso il basso, abbandonandola alla forza di gravità.

  • Ascoltare tutte le sensazioni che si sviluppano nel corpo.

  • Cercare di abbassare il respiro, e percepire il movimento diaframmatico.

  • Sussurrare a sé stessi una frase: può essere “ti voglio bene”, come “mi amo”, “puoi esprimere tutto” … ciascuno troverà dentro di sé, nella qualità del proprio ascolto, la miglior frase che può dirsi. Ascoltare le sensazioni che si sviluppano.

Con tutto il tempo necessario, ritornare pian piano alla realtà circostante riaprendo gli occhi e riattivando il corpo. Infine, se lo si ritiene necessario, descrivere nero su bianco l’esperienza.



6. COME PENSI CHE SI POSSA RIPARTIRE DOPO QUESTO TEMPO DI SOSPENSIONE?

Penso che le persone avranno bisogno di un tempo un po’ dilatato per ripartire e fare tutto ciò che facevano prima. Senza sforzi, né stress. Ma credo fortemente che, se la situazione migliorerà come da proiezioni delle autorità sanitarie, a Settembre ci sarà una grandissima voglia di riscoprirsi, ballare, suonare, cantare, stare insieme agli altri, guardarsi negli occhi, parlare di tutto e perfino sognare nuove prospettive.

Anche se ancora con mascherine e distanze per qualche mese, ma torneremo a vivere!



Ringrazio Fabrizio per averci donato parole che lasciano spazio alla speranza: nel lavoro in terapia come nel teatro è l’incontro tra persone che rende possibile che avvenga qualcosa, torneremo ad abbracciarci e a riempire i teatri... e qualcosa accadrà!

“Il teatro ci guida alla verità attraverso la sorpresa, l’eccitazione, i giochi, la gioia. Rende passato e futuro parti del presente, ci dà una distanza da quello che normalmente ci sta intorno e abolisce la distanza fra noi e ciò che di solito è lontano.”

(Peter Brook, 1993)


Dott.ssa Eleonora Fidelio Psicologa Psicoterapeuta Analista Transazionale

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